venerdì 18 febbraio 2011

WORKING POOR CLASS

Scrivo quanto segue per richiamare l'attenzione su un fatto sociale preoccupante, che sta conoscendo dimensioni sempre maggiori, sia in Italia che nell'ambito dell'Unione Europea.
Si tratta dell'aumentare dei cosiddetti "working poors", i "lavoratori poveri", un segmento di forza lavoro composto da persone che hanno un'occupazione ma che percepiscono un basso salario.
Si definisce lavoratore povero chi ha un'occupazione per almeno sei mesi nel corso dell'anno e ha un reddito che si colloca al di sotto del 60% del reddito medio nazionale.
Al momento attuale, circa il 10% della popolazione occupata nell'Unione Europea rientra nella "working poor class": la percentuale varia notevolmente a seconda dei Paesi e dei gruppi sociali.
Nella maggior parte dei Paesi della UE la questione dei lavoratori poveri non rappresenta una priorità politica, nè per i governi nè per le parti sociali, pur essendo spesso inclusa nelle politiche generali di lotta alla povertà e all'esclusione sociale.
In Italia, l'incidenza della povertà relativa per le famiglie in cui almeno una persona è occupata in condizione di lavoratore dipendente ha raggiunto il 9,6%, in crescita rispetto agli anni precedenti; una percentuale che sale al 14,5% se si tratta di "operaio o assimilato". Al Sud la percentuale di poveri tra i lavoratori dipendenti si attesta al 20,7% per salire al 28,8% nel caso di "operai o assimilati".
Negli ultimi diciassette anni è fortemente aumentato il ricorso a forme di lavoro atipico: pur avendo, in alcuni casi, accresciuto le opportunità di occupazione, le nuove forme di lavoro spesso non sono sufficienti a garantire un reddito adeguato e tendono ad accrescere l'incertezza sulle prospettive di reddito future. Oltre a contenere il costo di utilizzo del lavoro, queste forme hanno contribuito a moderare le dinamiche salariali, anche attraverso retribuzioni più basse per i lavoratori temporanei. Come dimostrato da una recente pubblicazione di Banca d'Italia, la diffusione di forme contrattuali atipiche si riflette in una diminuzione del reddito reale medio da lavoro dipendente percepito nell'intero anno. Nello stesso periodo, i salari all'ingresso dei più giovani si sono ridotti in termini reali, non compensati da una più rapida progressione salariale nel corso della carriera lavorativa.
Sul fronte dei lavoratori afflitti da precarietà occupazionale e conseguentemente remunerati in modo discontinuo è assai diffuso il fenomeno dello scivolamento sotto la soglia di povertà, anche a causa degli scarsi sistemi di protezione sociale. Tuttavia anche i lavoratori protetti, a motivo dell'andamento delle retribuzioni nel periodo più recente, rischiano di scivolare sotto la soglia di povertà. Quindi l'impoverimento riguarda, oltre ai working poors e le loro famiglie, anche altre categorie di lavoratori.
Stando infatti a quanto emerge dal Rapporto sui Diritti Globali del 24 maggio  2010, negli anni fra il 2002 e il 2008 il reddito netto familiare in Italia ha perso ogni anno 1599 euro tra gli operai e 1681 euro tra gli impiegati. Nel 2009, il 10% degli occupati si posiziona sotto la soglia della povertà relativa, un dato che ha visto un incremento di 1,4 punti negli ultimi due anni. Un altro dato che dal 2008 al 2009 è aumentato in modo significativo è la percentuale di famiglie povere che percepiscono esclusivamente redditi da lavoro (dall'8,7% al 9,7% del totale delle famiglie povere) che sale dal 13,9% dell'anno precedente al 14,5% tra gli operai e dal 7,9% all'11,2% per i lavoratori autonomi.
E in Friuli? se è vero che da noi la situazione economica nel suo complesso è meno preoccupante che in altre regioni italiane, abbiamo tuttavia alcuni indicatori che non inducono ad un grande ottimismo per l'immediato futuro : infatti, un giovane su tre (fascia d'età fra i 15 e i 24 anni) è senza lavoro, mentre la percentuale dei lavoratori precari assunti in FVG nel 2010 è pari al 51,5% dei contratti stipulati durante l'anno ed il 35% dei lavoratori dipendenti compresi nella fascia d'età 15-29 anni non ha un impiego stabile.
Sono soprattutto le giovani donne a trovarsi in situazioni di precarietà lavorativa, con il 65% di contratti a termine. Fra gli uomini si riscontra invece una ripresa del lavoro atipico a partire dai 55 anni.
Nel corso del 2009 l'11,4% delle famiglie del FVG è stato classificato in stato di "deprivazione" secondo l'indicatore Eurostat e il 10% dichiara di arrivare a fine mese con grande difficoltà.
Abbiamo visto dunque come il fatto di poter lavorare non sia più in se stesso una garanzia per una persona o per una famiglia di evitare la povertà.
Che cosa farà l'Italia per arginare questo allarmante fenomeno di sacche di lavoratori sottoccupati o sottopagati?
Che cosa intende fare l'Europa del Trattato di Lisbona?
Da quello che possiamo vedere fino ad ora di concreto in questa direzione non si è realizzato alcunchè, anzi l'impressione che si ha è che all'opposto si sia voluto incrementare il ricorso a soluzioni occupazionali che hanno finito con il produrre questo risultato e questo dà da pensare.
Perchè non dimentichiamo che una massa di individui quasi priva di diritti reali e di tutele sociali rappresenta una forza lavoro a buon mercato per il grande capitale internazionale.

Renato Valusso

1 commento:

  1. "reddito che si colloca al di sotto del 60% del reddito medio"
    Negli ultimi anni si è allargata la "forbice" tra chi sta bene e chi sa male.

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